“Alcuni non avevano pensieri di vittoria,ma erano andati a morire perché lo spirito dell’Irlanda fosse più grande il suo cuore si elevasse in alto. Eppure, chissà cosa ancora deve accadere.”
W.B.Yeats
Sono passati più di cinquant’anni dalla fine del periodo coloniale. Le grandi potenze europee hanno concesso autonomia e indipendenza alle popolazioni che per secoli hanno dominato, piccole e grandi nazioni sono risorte e hanno gettato le basi di quel futuro che da tempo sognavano. Sono passati più di cinquant’anni, ma esiste ancora un popolo, nel cuore della Vecchia Europa, che da secoli vive straniero nella propria terra, che non ha né un avvenire né una dignità in quanto tale, che sopporta continue angherie e innumerevoli soprusi, che da sempre sacrifica i suoi figli più giovani sull’altare della libertà e dell’indipendenza dal giogo straniero: è il popolo irlandese dell’Ulster, le sei contee della parte settentrionale dell’isola più bella d’Europa, che il mondo intero conosce con il nome di Irlanda del Nord. È il popolo che ha scritto la sua Storia con l’inchiostro della sofferenza e della determinazione, dell’angoscia e della fede, del coraggio e della paura. Migliaia di uomini e di donne che portano sulla propria pelle la cicatrice indelebile dell’occupazione britannica, padri e madri a cui sono stati tolti gli affetti più cari: i loro giovani figli, che hanno patito l’inferno delle carceri britanniche all’interno delle quali si è consumata la più grande tragedia dell’Irlanda in lotta. Sono molti i combattenti repubblicani irlandesi che hanno conosciuto il dolore

Bobby Sands
britanniche delle sei contee occupate, altri nella stessa Gran Bretagna, altri ancora sotto la custodia del governo di Dublino o incarcerati nelle prigioni europee e americane. Ogni membro della comunità nazionalista dell’Irlanda del Nord conosce qualcuno che è, o è stato messo in prigione. Nessun irlandese è immune…
“Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato.”
Bobby Sands
LONG KESH
Esiste un luogo in Europa dove non splende mai l’alba: è il carcere inglese di Long Kesh a Belfast, in Irlanda del Nord, che è divenuto negli anni il simbolo più imponente del regime britannico nell’Ulster e ha rappresentato il più feroce tentativo del governo di Londra di criminalizzare e stroncare la resistenza dei repubblicani irlandesi. È qui, che il 5 Maggio 1981, in seguito allo sciopero della fame, morì all’età di soli 27 anni Robert (Bobby) Sands, il primo martire della protesta attuata dai prigionieri politici nordirlandesi nelle carceri di Sua Maestà Britannica.
UNA VITA PER LA PATRIA
Bobby era nato nel 1954 a Rathcoole, un quartiere a maggioranza protestante nel nord di Belfast, in una famiglia non particolarmente impegnata politicamente. Durante gli anni dell’adolescenza conobbe di persona la repressione, gli attacchi dei lealisti filoinglesi, la perdita continua di un’occupazione, vittima anche lui dei soprusi che da sempre caratterizzano la vita di un gran numero di giovani cattolici. Schedato come “sospetto” già all’età di 14 anni, a 18, nell’autunno del 1972, aderì all’IRA: l’esercito clandestino tra i più organizzati e militarmente efficaci di tutto il
mondo.
“La mia vita era incentrata su notti insonni e appostamenti per schivare gli inglesi e nervi saldi per operazioni all’esterno. Ma il popolo ci comprendeva e non ci apriva solamente la sua porta di casa, ci apriva anche il suo cuore. Ho imparato che senza l’aiuto delle persone non avremmo potuto sopravvivere e sapevo che avevo bisogno di tutte loro.”
Appena un mese dopo, Bobby venne arrestato con l’accusa di possedere quattro pistole artigianali rinvenute in una casa dove si trovava. Condannato a tre anni scontò la pena nelle celle di Long Kesh ottenendo la condizione di prigioniero politico. Durante questo periodo lesse avidamente e imparò il gaelico. Liberato nell’aprile del ‘76, aprì nel quartiere dove viveva una sede locale dello Sinn Fein e una della “Croce Verde” per assistere i prigionieri politici repubblicani, ma neanche sei mesi dopo l’uscita dal carcere Bobby venne nuovamente arrestato. C’era stato un attentato alla “Balmoral Forniture Company” a Dunmurry, seguito da una sparatoria nella quale due uomini rimasero feriti. Bobby si trovava in un’automobile nelle vicinanze insieme ad altri quattro ragazzi. La RUC (Royal Ulster Constabulary, la polizia nordirlandese) li catturò e trovò una pistola nella vettura. Furono condotti al famigerato centro per gli interrogatori di Castlereagh e sottoposti a brutali interrogatori per diversi giorni. Bobby venne trattenuto in carcere per undici mesi fino al processo, nel settembre del 1977. Come durante il precedente processo, si rifiutò di riconoscere la corte. Il giudice ammise che non c’erano collegamenti con l’attentato, ma nonostante questo, i quattro furono condannati a quattordici anni di reclusione ciascuno, per il possesso di una sola pistola.
L’INFERNO DEI BLOCCHI-H
Bobby passò i primi ventidue giorni della sua condanna in isolamento nella prigione di Crumlin Road. Quindici di questi ventidue giorni li passò completamente nudo. Nel settembre 1977, venne trasferito al Blocco-H di Long Kesh, dove si unì immediatamente alla “protesta della coperta”. Già dal 1976, l’amministrazione inglese puntando sulla criminalizzazione dell’IRA aveva negato ai detenuti repubblicani lo status di “prigionieri politici” equiparandoli ai detenuti comuni. Bobby, si unì così ai “blanket-men”, gli “uomini della coperta” che rifiutandosi di indossare la comune divisa carceraria, si vestivano di una sola coperta per protestare contro i maltrattamenti subiti quotidianamente e per ottenere il riconoscimento di “prigionieri politici”. Convinto che fosse necessario informare e coinvolgere il più possibile la gente all’esterno sui problemi dei detenuti, cominciò a scrivere lettere e articoli al “Republican News”, il giornale dello Sinn Fein. Quanto Bobby scriveva, come tutte le comunicazioni dai blocchi H, veniva fatto passare all’esterno scritto su piccoli pezzi di carta igienica.
“I giorni erano lunghi e solitari. L’improvvisa e totale privazione delle più elementari necessità umane come esercizio fisico e aria fresca, lo stare insieme ad altre persone, i miei vestiti e cose come giornali, radio, sigarette, libri e una moltitudine di altre cose, mi avevano fatto diventare la vita veramente pesante.”
La sera del 27 gennaio 1981, 96 prigionieri coinvolti nello spostamento d’ala dei blocchi H3 e H5 si ribellarono dopo che la direzione del carcere si era rifiutata di restituire i loro abiti (un modo per costringerli a indossare l’uniforme dei detenuti). Cominciarono a distruggere sistematicamente mobili, suppellettili e finestre delle celle. La risposta fu brutale. Furono rinchiusi nelle celle appena abbandonate dagli “uomini coperta” con i muri ricoperti di escrementi e i pavimenti di acqua, urina e cibo (ai detenuti coinvolti nella protesta non venivano ritirati i buglioli).
Furono costretti a restarsene in quelle celle senza coperte e materassi. I pestaggi, i lunghi periodi di isolamento nelle celle di punizione, le diete forzate e le torture erano la prassi delle autorità della prigione, con il pieno consenso dell’amministrazione inglese. Le celle H diventarono il campo di battaglia nel quale lo spirito della resistenza repubblicana si scontrava frontalmente con le inumanità che i britannici perpetravano. Nei blocchi-H gli inglesi videro l’opportunità di sconfiggere l’IRA criminalizzando i suoi combattenti, ma i “blanket men”, che pagarono più degli altri che erano in libertà le ripercussioni di questo atteggiamento, continuarono a lottare.
IL SACRIFICIO ESTREMO: LO SCIOPERO DELLA FAME
Il movimento di protesta raggiunge il proprio culmine nel marzo del 1981, quando dieci detenuti appartenenti all’IRA (successivamente imitati da altri) iniziarono uno sciopero della fame. Bobby comprese che qualcuno doveva morire per avere lo status di prigioniero politico: insistette quindi per iniziare lo sciopero due settimane prima degli altri così la sua morte avrebbe fatto accettare le loro richieste e salvato le vite degli altri. Era il primo di marzo.
“Noi, i Repubblicani Pows (Prigionieri di guerra), nei blocchi H di Long Kesh e le nostre compagne nella prigione di Armagh, abbiamo il diritto e con la presente chiediamo lo status politico. Rifiuteremo oggi come abbiamo costantemente rifiutato ogni giorno dal 14/9/1976, quando iniziò la protesta della coperta, i tentativi del governo inglese di criminalizzare le nostre lotte”.
L’11 marzo 1981 il Comitato Nazionale del Blocco H sollevò il problema dei prigionieri alla Commissione dei Diritti Umani a Ginevra. Intanto all’esterno, l’opinione pubblica irlandese appoggiò massicciamente l’iniziativa dei prigionieri, tanto che nel mese di aprile Bobby venne eletto parlamentare a Westminster nelle liste dello Sinn Fein per la contea di Farmanagh. Nonostante questo e l’interessamento diretto della Chiesa cattolica e del Vaticano, l’allora primo ministro britannico Margareth Thatcher continuò a rifiutare crudelmente qualsiasi forma di dialogo con i detenuti in sciopero. Nel frattempo le condizioni fisiche dei prigionieri si erano deteriorate rapidamente: ormai completamente cieco, senza riflessi, paralizzato a metà (il suo peso era sceso da 60 a 40 chili) Bobby Sands morì dopo due giorni di coma, all’1.17 del mattino del 5 maggio 1981, nell’ospedale della prigione di Long Kesh, stringendo tra le mani il crocefisso d’oro inviatogli personalmente da Papa Giovanni Paolo II, un gesto che Londra non perdonerà mai alla Santa Sede. Per tutta la notte e il giorno successivo furono continui gli scontri e altissima fu la tensione nelle aree nazionaliste delle sei contee. Ai funerali di Bobby Sands, svoltisi il 7 maggio, parteciparono oltre 100.000 persone. “Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna.”
Bobby Sands
Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Bobby Sands, altri nove ragazzi morirono a causa dello sciopero della fame, mentre altri furono salvati da un canale di dialogo aperto dalla diplomazia internazionale e dall’intervento delle madri che fecero valere il proprio diritto ad imporre l’alimentazione forzata. Bobby e quanti insieme a lui intrapresero la strada del sacrificio, lottarono in nome della libertà di un paese, l’Irlanda del Nord, in cui la normale applicazione della legge viene stravolta, in cui è in vigore ogni possibile forma di legislazione repressiva, in cui la normale difesa dei diritti umani e delle libertà civili è soggetta a così numerose deroghe da violare costantemente le più fondamentali norme di diritto internazionale. Irlanda: ci piace chiamarla semplicemente così, una terra di forti identità e tradizioni il cui Popolo vive ancora il dramma di non vedersi riconosciuto il sacrosanto diritto di esistere. Per questo ogni caduto è un martire e ogni combattente è un eroe.